Cosa è il SETI e cosa fa per cercare gli alieni nello spazio

By | marzo 14, 2017

Si calcola che entrare in contatto con un’intelligenza extraterrestre equivalga a trovare un ago in un pagliaio che è grande 35 volte il nostro pianeta. Dal momento che è molto difficile trovare gli “omini verdi” nello spazio, a causa delle provocatorie ma quanto mai realistiche previsioni fornite dalle equazioni di Drake e dal Paradosso di Fermi, l’unica strada rimane quella di provare a contattarli noi. Spesso la fantascienza ci propone scenari come quelli di Contact o di Independence Day, nei quali sono gli ipotetici extraterrestri a contattare noi, ma esattamente con quali strumenti li cerchiamo e cosa abbiamo messo in campo, fino a oggi, per farci trovare?

Fin dai tempi più remoti l’uomo ha scrutato il cielo stellato alla ricerca di qualcosa o di qualcuno, percependo quella grandiosità dell’Universo che solo negli ultimi 20 anni, grazie ai telescopi spaziali, stiamo riuscendo veramente a misurare. La domanda che ci facciamo spesso è: esiste un pianeta simile al nostro, così confortevole e ospitale? La risposta è: dipende. Dipende cioè da cosa cerchiamo e da come lo facciamo.

Il progetto SETI è probabilmente lo sviluppo scientifico più interessante messo in atto dalla comunità scientifica negli ultimi 50 anni, per cercare di dare una risposta a questa domanda e anche per provare a cercare, piuttosto che essere trovati. Il SETI non risponde a un bisogno filosofico: non si interessa di rispondere alla domanda se siamo soli nell’universo, in realtà vorrebbe determinare in modo pratico, la possibilità concreta che oltre il nostro pianeta vi sia una forma vivente biologicamente in grado di comunicare con noi.

Il SETI ha la sua ragione d’essere in due istanze scientifiche. La prima si chiama principio di mediocrità: esso dice in pratica che la Terra è il risultato di non eccezionale di un processo fisico sviluppatosi in un ambiente appropriato. Ad esempio: la formazione di un sistema solare in seguito alla nascita di una nuova stella, con i pianeti rocciosi nelle vicinanze e quelli gassosi negli strati esterni. Dal momento che solo la nostra galassia – la Via Lattea – contiene centinaia di miliardi di stelle è ipotizzabile che altrove vi siano altre Terre abitabili, simili alla nostra, con condizioni di vita pressoché simili.

Un’altra istanza fondamentale rispetto al lavoro del SETI è che queste Terre alternative siano oltre che abitabili, anche in grado di dar vita a sviluppo a civiltà che – come la nostra – sviluppino una tecnologia sufficientemente avanzata per comunicare con noi. Possiedano cioè una cultura tecnologica. Dovrebbero essere in grado quindi di comunicare con noi a un livello tale da poter raggiungere altre zone del cosmo, ultimando dei segnali che possiamo riconoscere.

La vita come noi la conosciamo non è però un evento casuale e non è tanto facile: ce ne rendiamo noi stessi quando usiamo la locuzione “miracolo della vita” per identificare questa difficoltà. E infatti le condizioni per la vita biologica sono complicate e si trovano solo potenzialmente in alcuni pianeti e non in altri. Un requisito fondamentale, per esempio, è che vi sia acqua allo stato liquido. Attualmente abbiamo scoperto solo pianeti gassosi intorno a stelle compatibili con la sequenza del Sole, tranne appunto il sistema Trappist-1 recentemente rivelato dalla NASA. Inoltre, secondo il paradosso di Fermi vanno considerati due ultimi fattori, che sono forse alla base del fatto che il SETI finora non abbia scoperto alcuna vita extraterrestre: le civiltà in grado di comunicare con noi non devono essersi estinte e per gli effetti relativistici relativi allo spazio-tempo, devono in qualche modo coesistere con noi o essere durate il tanto di ricevere una risposta, una volta inviato un messaggio.

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