Perché ci piacciono i reality tv e i talent

By | agosto 29, 2017

Quando si dice che la TV sta diventando sempre più spazzatura, implicitamente si vuole ammettere che a farla non siano più i professionisti di una volta, gli specialisti del prodotto televisivo, che andavano sul sicuro applicando una ricetta di successo buona per tutte le stagioni. Pensate alla formula del varietà televisivo che in Italia in pratica ha retto quasi 40 anni, con pochissime innovazioni. Quando queste sono apparse, pensiamo ad esempio ai programmi di Arbore, era chiaro che fossimo di fronte a un nuovo modo di fare tv. I reality e i talent sono la diretta emanazione di queste sperimentazioni, portate al limite e forse all’eccesso, in un processo di bastardizzazione che accade in tutti i campi.

Ma perché programmi come talent show e reality ci piacciono tanto, cosa c’è alla base del loro incredibile e duraturo successo? La formula come sappiamo è sempre la stessa. Si tratta di mettere delle persone comuni in situazioni nelle quali devono interagire “realmente” tra di loro. In un talent, la parte del leone non la fa l’esibizione artistica in sé, spesso molto scadente a causa del carattere dilettantesco dei concorrenti, ma la narrazione che ne viene fatta e che coinvolge gli spettatori, chiamati a esprimersi sulla sorte delle persone. Non avere a che fare con persone conosciute, avvicina i protagonisti agli spettatori: pensate all’impatto culturale che ebbe la prima edizione del Grande Fratello in Italia. Prima della messa in onda era assolutamente impossibile prevedere cosa sarebbe successo. I concorrenti agivano molto più spontaneamente, erano consci del potere delle telecamere ed è possibile che fossero anche stati guidati, per esigenze di copione. Ma le loro reazioni erano pressoché umane, non artefatte e soprattutto condividevano vite e aspirazioni molto simili a quelle dei telespettatori. Nonostante siamo affascinati ugualmente dalle celebrità, perché ci piace sapere cosa fanno e sono simili a noi, nel loro essere splendenti e quasi irraggiungibili, siamo ugualmente attirati dalle storie ordinarie.

Nel caso dei talent poi entriamo in empatia con concorrenti che vogliono farcela e sfondare. O al contrario desideriamo che non ce la facciano perché magari proviamo antipatia per loro. Sono i sentimenti umani che entrano in gioco insieme alla tendenza voyeuristica insita in ciascuno di noi. Abbiamo sempre avuto una serratura da cui sbirciare.

Dal punto di vista dei produttori televisivi i reality sono perfetti, in un’epoca di segmentazione del traffico. Quando uscì il Grande Fratello in Italia la tv satellitare era agli esordi e confinata ad una nicchia e c’erano sostanzialmente 6 canali. Canale 5 era la rete ammiraglia di Mediaset, capace di attirare fette di share importanti. Con l’aumento delle frequenze i picchi di traffico sono scesi e le tv hanno dovuto aumentare i canali, per mantenere intatti gli introiti pubblicitari. La produzione originale dei contenuti è scesa di parecchio a vantaggio dei format. Anche il Grande Fratello in fondo è un format, ma con l’ulteriore vantaggio che non deve impiegare volti conosciuti (che hanno cachet importanti) e spendere in autori che scrivano i programmi. Un risparmio che ben si confà alla situazione attuale, di un mezzo di comunicazione che deve subire la concorrenza dei nuovi media. Per tanti esperti alla fine i reality e i talent hanno successo perché sentiamo il bisogno di condividere, di esprimerci come una comunità, come dimostrano anche i social network.

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